per scontati dagli attacchi di sapore puramente elettorale. Non si può non guardare avanti senza avere un occhio anche per lo specchietto retrovisore (frase mutuata da un amico). Il principio della bilinguità della toponomastica pareva acquisito (ma spesso, in alcuni paeselli mal praticato). Per ragioni evidentemente tutte elettorali il partito di maggioranza relativa ha deciso, dopo 40 anni di inerzia, di metterci mano, ma lo ha fatto nel peggiore dei modi. Una pura reazione alle destre tedesche che erodono giorno per giorno voti nel mondo tedesco. Ecco il contentino allora. Una legge frutto di compromesso tra SVP e PD, che nella sua forma definitiva uscita da quegli accordi, è peggio della versione originaria. Una legge che consente, potenzialmente, la cancellazione di una miriade di nomi in lingua italiana da luoghi non amministrativi, laghi, laghetti, monti, cime, prati e via dicendo. Sul tema, abbiamo avuto la prova provata che a Roma l'interlocutore è sempre e solo la SVP. Lo ha dimostrato il Pdl, così come anche il PD quando ha accettato, a Roma, di stringere l'accordo elettorale comprensivo di rinuncia al ricorso alla corte costituzionale che insieme a Seppi, Urzí e io avevamo perorato. Preso atto di ciò, giocoforza si deve rivolgere ai vari Krnobichler, Biancofiore, Del Rio, SVP e chi ancora, un appello affinché la questione non divenga appannaggio di schermaglie elettorali al di sopra delle teste della gente. Non si può aggredire un gruppo linguistico sui propri toponimi con la scusa, ormai anacronistica, di essere stati aggrediti quasi un secolo addietro. Non si può risolvere una questione, una scocciatura, ma necessaria per la convivenza, a colpi di maggioranza politica. Le tematiche etniche devono necessariamente coinvolgere tutti i gruppi linguistici, su un piano di parità assoluta. Lo dice lo statuto di autonomia, lo dice il buon senso. Si tratta di quella richiesta che proviene da più parti, di operare in maniera condivisa. Sino a quando esisterà il pericolo che un toponimo possa essere cancellato di forza, a colpi di maggioranza, senza accettazione da parte del gruppo linguistico interessato, ci si troverà sempre di fronte ad una violenza, quella stessa che fu perpetrata un secolo fa. Lo scoglio giuridico dell'obbligo di bilinguità dei toponimi esiste, ma il buon senso è il fondamento di quello scoglio. L'unica soluzione che può coesistere con l'obbligo della bilinguitá, che non significa necessariamente traducibilitá ma semplicemente binomismo, due nomi, è quella di poter acquisire al patrimonio di un gruppo linguistico un toponimo dell'altro gruppo. Solo così si coniugano sia il diritto ad avere una propria identitá, che il buon senso volto al vivi e lascia vivere. Nessuno, credo, contesta che Gries così come Plaus siano nomi che appartengono al patrimonio del gruppo tedesco così come quello italiano. Questa è la base di partenza, predisporre i meccanismi, che sul piano della pariteticità, dell'uguale diritto dei vari gruppi ad avere una proprio identità del territorio nel rispetto dei "conviventi", portino alla condivisione anche di una banale, ma necessaria, scocciatura come la toponomastica.